Dal Marocco all’Italia: la storia di Abel

Atto di denuncia letteraria contro il degrado minorile che brulica nella mia terra cassinate- tratto da una storia vera

Perché queste vite non vengano dimenticate, perché è casa mia, perché al bambino venga concesso uno sfondo all’altezza del suo sogno, sempre.

Tempo di lettura: 6 min

Conosco la storia di un bambino vispo e felice che porta sulle ginocchia le cicatrici di una bella infanzia sotto i cieli pastello della città imperiale di Fez. Le corse in bicicletta, quei furtarelli in comitiva alla bancarella dei dolcetti, là nel cuore del Souk, quella corsa sparpagliata e adrenalinica che faceva volare tutti i piccioni per aria. Il bacio della buonanotte, con le stelle riflesse sul cuscino, la cartella dell’abecedario di seconda mano, un’edizione del corano di quinta generazione con un buonissimo odore di nocciole.

La madre di Abel era partita via, per cercare un terreno fertile al di là del Mediterraneo: la madre di Abel era sbarcata chissà come a Cassino. Lei era una donna fiera, con una laurea in Biologia marina. Lunghi capelli color miele e tanti segreti sulle creme naturali di bellezza. Mariam era finita a pulire il culo agli anziani mezzi sordi del basso Lazio, alcuni persino benestanti, altri con vecchi titoli feudatari da spolverare in case rococò. Quando non puliva il culo agli anziani, Mariam puliva le loro scale. Quando non puliva le loro scale, preparava la cena. E se non preparava la cena, stirava le camice del genero dell’anziano assistito.

Passavano gli anni, e mentre Abel cresceva forte e coraggioso, guidato dagli occhi saggi dei nonni, Mariam passava le serate a sfilacciarsi le doppie-punte in soggiorno al suono di un vecchio televisorino. Tutto quello che vedevo di lei, era la luce accesa del suo minuscolo appartamento al quinto piano, pieno di cianfrusaglie, in un palazzo scorticato dalle fatiche del tempo che affacciava sul parcheggio della stazione, il cui orologio segnava l’ora sbagliata almeno da tre anni. La palazzina con i portoni di finto acciaio dorato, la buca della pubblicità piena dei giornali brutti coi prodotti in sconto dell’ipermercato, il marciapiede bombardato dalle suole dei passanti, e dentro, un intenso odore stantio di straccio della nonna.

Le lunghe telefonate con Abel erano emozionanti, lui adora sua madre: è un eroina in burqa che sostiene le fatiche di un padre, conservando i capelli profumati di una madre. Anche perché il padre di Abel era perduto chissà dove, e in fondo, dopo tutti quegli anni, andava bene così. “Mamma quando torni?” – “presto Abel, com’è andata oggi a scuola? Devi studiare e imparare almeno 3 lingue.”- “sono già molto bravo mamma, e ti comprerò una grande casa vicino a quella dei nonni, così andremo a viverci insieme. La maestra nuova mi piace molto”.

 

Col passare delle fatiche, la mente di Mariam si proiettava spesso sull’ingiustizia della sua situazione, e sull’orgoglio nei confronti di un Paese che forse non avrebbe dovuto abbandonare con tanta leggerezza, cominciava a mentire alla sua famiglia. “ Mamma, papà: qui le cose mi vanno bene, mi sono sistemata al meglio e sto pensando di portare Abel a vivere qui con me. È la soluzione migliore, lui è mio figlio e dobbiamo stare insieme. Voi avete fatto anche troppo per lui e ve ne sarò sempre grata, ma ce la posso fare con le mie forza adesso, Inshallah.  – “ Ma come farà Abel? Lui ha un talento per la matematica, la maestra vuole che partecipi alla gara nazionale quest’anno! E poi gli amici, noi, le sua abitudini, non parla l’italiano, e poi c’è quella ragazzina che lo accompagna sempre a casa dopo scuola. E le lezioni di basket.” –“Avete fatto abbastanza, mamma, papà: Abel verrà a stare con me, ho già trovato una scuola: imparerà la lingua questa estate e a settembre sarà pronto. Vengo a prenderlo tra due settimane.”

 

Abel non sapeva. Non avrebbe potuto valutare una scelta tanto coraggiosa per lui, che a 13 anni aveva più coraggio di un pirata. Sarebbe diventato un viaggiatore, un italo-marocchino senza limiti geografici. Sarebbe tornato a casa di tanto in tanto, e tutti l’avrebbero ascoltato raccontare le avventure di chi cambia vita, e con leggerezza, ce la fa. Era una possibilità che non si rifiuta. Era un grande destino che lo proiettava nel suo bellissimo futuro. Del resto, lui voleva diventare uno scienziato di quelli con i camici e le provette che sanno fare effetti di fumi colorati miscelando componenti chimiche. E perché no, magari qualche volta farsi invitare al circo per mostrare a tutti i bambini le magie della chimica, che lo avrebbero guardato con la bocca aperta senza dubitare mai. Il braccino di Abel era sottile, sodo e senza muscolatura: era un rametto acerbo che roteava senza sosta nella larga manica corta della sua camicia a righe, ma i suoi sogni erano già così maturi.

Abel venne iscritto alla scuola alberghiera di Cassino. Non era evidentemente bastata un’estate per imparare lo spartito italiano. L’edificio verde si stagliava minaccioso a forma di ferro di cavallo, e non sembrava voler ammettere alcuna via d’uscita: forse era stato costruito per blindare ogni desiderio di fuga. Copriva un angolo di 270° e sfuggirgli era difficile. I prati intorno erano vecchi e stanchi, coperti da strati di pioggia acida che li rendevano brulli per sempre. Qualche scritta con la bomboletta sulle croste di un verde sinusite. Qualche lampione cieco e alto, il parcheggio dei motorini. Abel e Mariam non avevano parlato molto di quella scelta, ma il ragazzo era fiducioso, la mamma voleva il suo bene. Gli avrebbe insegnato a vivere meglio degli altri, aveva in mente una grande strategia. Doveva essere così.

Mariam era bloccata in un limbo emozionale composto da molti strati da cui non penetra mai luce della realtà. Era una vita di merda, ma avere Abel vicino avrebbe dato un senso a quel sacrificio inutile al sentore di candeggina.

I mesi passavano, e la crudeltà della provincia, di una scuola abbandonata dall’opinione pubblica, generava mostri. Prendeva le migliori qualità di un ragazzo, quelle slanciate e tese che non piegheresti mai con nessuna leva: l’intraprendenza, la vitalità, il coraggio, la sveltezza, il vigore e le trasformava nei corrispettivi negativi con tendenze all’autodistruzione: l’autoritarismo, l’assenza di senso del limite, la prepotenza, la violenza, la logica del branco. Le cannette circolavano ovunque e ad Abel i compagni avevo detto che lui veniva dalla terra dell’Hashish, la valle del Ketama. Abel faceva finta di sì, ma non aveva mai sentito parlare di quei posti e a lui la parola hashish ricordava solo il fumo che evaporava dalle teiere traboccanti di tè alla menta. Si convinse a provare. E subito, con le qualità che possedeva, Abel diventò uno di loro. Il gruppo lo faceva sentire forte: smettere di agire secondo la propria inclinazione, dava un senso di ripicca a quel sacrificio inutile a cui era stato sottoposto. Abel si era messo anche a spacciare. Mariam era triste, ma sembrava non voler vedere cosa può uscire fuori dall’azione umana mal ragionata. Erano insieme, madre e figlio, uniti dal sacro vincolo del sacrificio, della privazione, della bruttezza. Era giusto così.

Abel stava sfuggendo a sé stesso. Il luccichio della sua vita a Fez, le stelle riflesse sul cuscino, cominciavano a farsi rarefatte. Niente di quei ricordi aveva ragione di essere, il taglio era stato così netto che l’assenza di una continuità rendeva la vita di Abel un puzzle sconnesso, fatto di pezzi piccoli e tortuosi, alcuni perduti sotto il divano. A questo punto valeva la pena dimenticare e andare avanti. Non si ricordava più com’era sognare. Spaziare libero nel moltiplicarsi dei propri pensieri come un cavaliere senza paure, come un surfista che non perde mai aderenza con la tavola, come un respiro che non si esaurisce. Gli era capitato di nuovo fumando una canna con gli altri sulla panoramica di Montecassino, ma gli aveva fatto malissimo. Anche perché il ronzio dei motorini modificati e l’auto-tune della musica trap napoletana rompevano la magia di quello slancio, che diventava imbarazzante e fuori luogo alla vista dei compagni seduti sui mezzi. Quel pensiero si era bloccato sul più bello, facendo risorgere un dolore profondo che non sapeva gestire, a cui non sapeva dare un nome. Un dolore in atto. Non doveva farlo mai più.

Abel aveva scoperto il branco, aveva imparato il dialetto meglio dell’italiano, aveva scoperto di essere bravo a tirare su i soldi dallo spaccio. Era facile. Era sicuro e vedeva i frutti subito. Iniziò a farsi di cocaina di tanto in tanto, e poi di qualche altra cosa. Non sempre, ma capitava. Non era difficile che qualcuno tra i più radicati al territorio gliela offrisse al cambio dell’ora.

Fu quella mattina di novembre che la scuola chiamò Mariam a casa del vecchio per informala che suo figlio Abel, non solo non migliorava nei voti e nella condotta, ma che aveva totalizzato la quindicesima assenza del mese. Mariam sentì un piccolo squarcio del velo. Era come se quel telefono avesse finalmente squillato di un suono stridulo e fastidioso, e del tutto inaspettatamente avesse svegliato dal letargo il senso del pericolo di Mariam. Doveva trovare subito Abel. Doveva trovare la forza di aprire le palpebre e di caricarsi sulle spalle una situazione che evitava da due anni. In fondo, aveva una bella dose di responsabilità, oltre a quella canonica che rende i genitori sempre un po’ colpevoli delle colpe dei figli.

Decise di staccare prima quel giorno, non l’aveva mai chiesto. Era quel tipo di lavoratrice che non pensa mai al suo sindacato. Tornando a casa il cuore le batteva un po’, avvertiva uno strano disagio. Quel crepuscolo la spersonalizzava. Attraversando il parchetto delle case popolari, vide la solita panchina scrostata con le assi malformate. Con un po’ di spirito di osservazione si accorse che c’era qualcosa sotto il cespuglio.

Era Abel, suo figlio Abel in crisi da overdose. Era ammaccato a terra e veniva colpito da forti spasmi come da invisibili frustrate, che gli infliggevano un dolore di cui Mariam non poteva capire la portata. Abel aveva provato di nuovo a sognare, ecco tutto. Questa volta da solo, questa volta più a lungo, questa volta premeditata. Le luci dell’ambulanza infrangevano la dittatura di quel crepuscolo fastidioso, che non sapeva decidere se essere notte, che era macchiato di malinconia.

Abel si era risvegliato in ospedale la mattina dopo, confuso e vuoto. Istintivamente pensò di essere in un ospedale di Fez, cercando per un attimo, di ricostruire la vicenda che lo aveva fatto finire lì. Forse un brutto incidente con la bici o forse quello della bancarella dei dolci gliene aveva date di santa ragione. Poi, opponendo resistenza con la muscolatura, sentì la sua mano nelle mani della madre che si era appisolata con una brochure di un centro di riabilitazione nel grembo, perché quello significava aver trovato la forza di affrontare una vita che era arrivata tuonando, senza bussare, portando con sé un carico di pioggia improvviso che non aveva dato tempo a chi vi era capitato sotto, neanche di aprire l’ombrello.

Ed ecco che Abel era diventato uomo. Nulla era più nascosto, niente di misterioso: ecco la vita, ecco la morte. Ecco il sogno, ecco quanto gli era costato non aver imparato a sognare bene.

VM

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